Anche per chi, come me, non è molto addentro nella politica monetaria, ma ha vissuto un’epoca nella quale il valore di una moneta era direttamente legato alla copertura in oro garantita dalle riserve auree che ogni banca nazionale si teneva ben strette nei propri caveaux, è evidente come l’abbandono di questo sano principio abbia dato inizio al progressivo crollo di praticamente tutte le monete mondiali salvo, verosimilmente, il franco svizzero. Io ricordo benissimo il dollaro americano a 4.30 franchi svizzeri, la sterlina inglese a 12 franchi (poi svalutata ufficialmente a 10.90), 1'000 lire a franchi 7. Oggi il dollaro americano si situa attorno ai 90 centesimi di franco, la sterlina inglese al di sotto del franco e mezzo. L’Italia ha adottato l’euro quando 1'000 lire valevano 70 centesimi. E l’euro, entrato a tambur battente sul mercato a Fr 1.60, dopo pochi anni giace in coma artificiale a Fr 1.20 grazie al polmone d’acciaio della Banca nazionale svizzera, altrimenti boccheggerebbe a fatica attorno ai 90 centesimi del dollaro americano. Io non so se, avendo a suo tempo anche la Svizzera aderito agli accordi di Bretton Woods, quando questi furono di fatto abbandonati togliendo al sistema monetario il riferimento all’oro, continuò e per quanto tempo a mantenere le sue riserve di metallo giallo. Resta il fatto che, fino agli anni novanta, non c’era moneta più solida al mondo del franco svizzero che, guarda che coincidenza, era ancora garantito da una copertura più che considerevole in oro. Naturalmente – come la maggior parte dei pregi e delle qualità della Svizzera – anche la forza del franco elvetico deve aver dato fastidio a dei paesi stranieri incapaci di emularci, i quali hanno cominciato, more solito, ad esercitare pressioni su una classe politica imbelle e sempre pronta a cedere, affinché in Svizzera diventassimo “anche noi come gli altri”. Risultato: la BNS ha dichiarato che le sue riserve auree erano “superflue”, iniziandone la vendita sconsiderata a prezzi irrisori se comparati a quelli attuali di mercato. Tra il 2001 e il 2006 una prima “tranche” di 1'300 tonnellate e più tardi ulteriori 250 tonnellate per acquistare valute straniere. In 5 anni una media di una tonnellata d’oro al giorno, circa la metà del patrimonio aureo del popolo svizzero. Questo oro alienato sconsideratamente avrebbe oggi un valore di circa 75 miliardi di franchi. Di che dare un buon colpo di mano ai perenni deficit delle nostre istituzioni sociali! Ora, la domanda da porsi è: ma è opportuno continuare ad alienare le nostre riserve auree mentre le monete di riferimento mondiali – dollaro americano ed euro – stanno crollando? O addirittura per mantenerne artificialmente in vita un valore che non hanno più? Non so cosa risponderebbero gli economisti, ma sono certo di quanto risponderà il popolo dall’alto del suo innato buonsenso: NO! Ed è quanto il popolo sarà chiamato a decidere, dato che un comitato co-presieduto da esponenti UDC (Lukas Reimann, Luzi Stamm e Ulrich Schlüer) ha lanciato un’iniziativa per la raccolta delle cui firme troverete un formulario allegato a questo numero de Il Paese. Questa iniziativa porta inoltre alla luce un altro fatto a dir poco bizzarro: buona parte dell’oro della BNS è immagazzinato all’estero! Per motivi di sicurezza e di diversificazione, ci si dice. Addirittura, l’ex- consigliere federale Kaspar Villiger, rispondendo a suo tempo a un’interpellanza in merito diceva: “Dove questi lingotti siano immagazzinati non posso purtroppo dirvelo, perché non lo so, non lo devo e non lo voglio sapere”. Il Consiglio federale poi, rispondendo all’interpellanza del nostro Consigliere nazionale Luzi Stamm “Dove si trova l’oro della Banca nazionale?”, è ben lungi dal rassicurarci quando dice: “Per la conservazione all'estero entrano di principio in linea di conto solo Paesi con un'elevata stabilità politica ed economica.” Ma – fatta salva la Svizzera - ne esistono ancora di questi paesi di elevata stabilità economica (in alcuni quella politica la si trova ancora, tutto sommato)? Se Stati quali quelli della zona euro riescono economicamente ancora a vegetare, più che vivere, solo grazie a iniezioni di miliardi (fra cui quelli forniti dalla Svizzera); se anche gli Stati pagatori dell’UE risentono sempre più della crisi mondiale a seguito di una – passata sì, ma difficilmente abbandonabile a causa di quelli che sono ormai diventati “diritti acquisiti” della crescente ala più parassita di sinistra e sindacati - politica scialacquatrice e sciaguratamente assistenziale e quindi di un indebitamento pubblico che li costringe addirittura a rendersi complici di reati penali pur di raschiare il fondo del barile alla ricerca di ogni singolo euro, parlare di elevata stabilità economica è semplicemente un’idiozia. Tenuto conto del fatto che una guerra tradizionale a scopo di rapina nei nostri confronti è ragionevolmente remota - e, nel contempo, del fatto che gli USA in particolare si sono nei passati decenni distinti per fregarsene delle convenzioni internazionali quando si tratta di difendere i propri interessi, per cui qualcuno potrebbe voler emulare le gesta di qualche antenato rapinatore di diligenze e avanzare diritti di proprietà sul nostro patrimonio nazionale - è legittimo affermare che l’oro della BNS sarà molto più al sicuro in casa nostra. Infine, l’oro è oggi quasi l’unica voce in attivo che mantiene il suo valore nel bilancio della Banca nazionale. È quindi ragionevole che la BNS ne conservi una parte consistente, semmai che provveda ad acquistarne di nuovo a compensazione di quello sconsideratamente alienato negli anni passati (il che evidenzierà naturalmente ancora di più la perdita causata dalla vendita). L’iniziativa sull’oro della Banca nazionale (“Salvate l’oro della Svizzera”) chiede quindi sostanzialmente tre cose: - Basta con le vendite d’oro! - Tutto l’oro della Banca nazionale immagazzinato all’estero deve tornare in Svizzera. - La Banca nazionale deve conservare almeno il 20% dei suoi attivi in oro. Sono richieste di puro buonsenso che ho immediatamente sottoscritto e che vi invito a sottoscrivere.
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