Edizione del: 23/07/2010
 
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Editoriale

Quando orinano le oche

 
Quando ero ragazzo, per dirti di non parlare a vanvera, di non perdere l’occasione per stare zitto, gli adulti ti dicevano: “Parla quanch’i pisa i occh”. Parla quando orinano le oche, ossia mai.
Mi rendo conto di peccare di una certa supponenza, perché sto facendo il contrario di quanto raccomando agli altri, ma non posso non insorgere contro le reazioni di alcuni sinistroidi che si vantano di essere comunisti, alla decisione del Consiglio federale di rendere non perseguibili il saluto romano o l’esibizione di una croce uncinata. Se la critica fosse arrivata dagli ambienti ebraici, seppure con qualche riserva a causa di certe azioni dell’odierno Stato d’Israele, la potrei ancora accettare. Ma dai comunisti no!
Il libro nero del comunismo (Le Livre noir du communisme: Crimes, terreur, répression, 1998, a cura dello storico del comunismo Stéphane Courtois) attribuisce al comunismo grossomodo 100 milioni di vittime. Ne fornisce un riepilogo in numero di morti: URSS venti milioni, Cina sessantacinque milioni, Vietnam un milione, Corea del Nord due milioni, Cambogia due milioni, Europa dell'est un milione, America latina centocinquantamila, Africa un milione e settecentomila, Afghanistan un milione e cinquecentomila, movimento comunista internazionale e partiti comunisti non al potere diecimila. Qualcuno contesta questi dati ma, anche prendendoli con un prudente beneficio d’inventario, si può tranquillamente affermare che il numero di vittime dovuto all’uso e all’abuso delle teorie di Marx e di Lenin, è di quattro o cinque volte superiore a quelle provocate dalle scellerataggini di Hitler. Se si pensa che a tutta la seconda guerra mondiale si attribuiscono 71 milioni di morti, non è necessario fare un disegno per dimostrare la catastrofica perniciosità del comunismo.
Eppure, mentre il nazismo – nella sua espressione suscettibile di conseguenze atroci e funeste, non nelle farneticazioni di quattro teste pelate incoscienti che non l’hanno vissuto – si può dire terminato con la fine della seconda guerra mondiale, al comunismo si è data la possibilità di continuare anche dopo. Gli unici a tentarne concretamente uno sbarramento – perlomeno ufficialmente – sono stati gli USA che però, essendo troppo pericoloso, per non dire suicida, attaccare frontalmente l’URSS o la Cina, l’hanno fatto in Corea e in Vietnam.
Perché il duro – specialmente dopo l’invenzione dell’arma nucleare - lo puoi fare con chi hai sconfitto o chi puoi sconfiggere, non lo vai a fare con delle potenze nucleari, un conflitto con le quali può sfociare nel migliore dei casi solo in una reciproca distruzione di dimensioni inimmaginabili. Ciò nonostante, devono aver sbagliato qualche calcolo perché, tutto sommato, gli USA sono usciti perdenti da ambedue i conflitti.
Fortunatamente - per noi almeno - dopo poco più di settant’anni l’URSS si è accorta che le teorie volte a parificare le condizioni di vita di tutti indipendentemente dalle capacità e dall’impegno personale, sono un’utopia irrealizzabile, ancorché ingiusta e controproducente, tanto che, invece di attirare verso il paradiso comunista gli occidentali, si doveva impedire a fucilate agli orientali di emigrare verso l’inferno capitalista.
1989, il muro di Berlino è stato abbattuto a simbolo del fallimento del comunismo. Non che i paesi d’oltre cortina di ferro si siano ripresi dallo choc, ci vorrà loro verosimilmente un’altra generazione per entrare concretamente e completamente nella mentalità capitalistica e del libero mercato e, soprattutto, per liberarsi di quella assistenzialistica che, purtroppo, sono riusciti ad esportare parzialmente anche da noi. Ma perlomeno sono sulla strada giusta.
Non così, invece, i leninisti nostrani che, senza aver vissuto né l’uno né l’altro, bollano come orrore il nazismo e santificano il comunismo.
Al punto di rivendicare il diritto di chiamare la propria ormai patetica forza politica “Partito comunista” in controtendenza a tutti i paesi che il comunismo l’hanno subìto veramente e che, pur restando ben più a sinistra di quanto il buonsenso consiglierebbe, sono ben contenti di poter lavorare veramente e permettersi qualcosa di più dell’insipido e raffermo pane statale.
E il segretario del “Partito comunista” ticinese, si permette di reclamare perché fare il saluto romano o esibire una svastica non sono, a detta del Consiglio federale, atti punibili penalmente. Dice che in Svizzera la (scellerata, a mio avviso) norma antirazzismo si preferisce utilizzarla contro i ricercatori storici. Come se a cadere sotto la mannaia del famigerato articolo 261bis fosse stato professor Bergier che peraltro, a detta di parecchi Svizzeri, qualche critica l’avrebbe ben meritata.
Astutamente – che si sia accorto di avere la coda di paglia? – dice: “E allo stesso modo va rifiutato il tentativo di mettere sullo stesso piano il nazifascismo con il socialismo”. Eh no, caro collega (segretario di partito), nessuno paragona il nazismo al socialismo. Quest’ultimo, ancorché dannoso, non è necessariamente sinonimo di violenza, di eccidi o di crimini bestiali, ma il comunismo sì. La falce e il martello – dice Wikipedia - dapprima simbolo condiviso delle organizzazioni socialiste e comuniste, nel corso del '900 è diventato il simbolo del comunismo per eccellenza, divenendo emblema classico dei partiti comunisti. Non quindi del socialismo, bensì del ben più nefasto e sanguinoso comunismo, e perciò perfettamente paragonabile alla svastica. E il saluto a pugno chiuso non è meno discutibile di quello romano. Il volto poi di un criminale come Ernesto Ché Guevara ostentato sulla maglietta non è meno offensivo della morale, oltre che del buon gusto, di quello di Hitler o di Mussolini. Personalmente non mi sento portato ad ostentare né gli uni né gli altri anzi, con tutta la simpatia che nutro per Christoph Blocher e Ueli Maurer, posso assicurare che neanche loro figurano ritratti sulle mie magliette.
È incredibile la tracotanza con la quale questi sinistri – in ogni accezione del termine – personaggi abbiano la pretesa di sputare sentenze. Se avessero un minimo di ritegno, con un passato storico come quello di cui paradossalmente è loro permesso andare fieri, prenderebbero la parola solo in un’occasione: quando orinano le oche!

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Eros N. Mellini
edizione del 23/07/2010
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