Proponiamo un nuovo oggetto per il nostro museo degli orrori. Ricordiamo che tutti i lettori sono invitati a segnalarci casi – documentati - a loro avviso meritevoli di essere esposti nel nostro museo.
Su segnalazione del nostro deputato Umberto Marra, siamo andati a curiosare nel sito Internet della sezione di Varese del CGIL – l’importante sindacato italiano – scoprendo che in data 11 maggio 2005 è stato sottoscritto un patto d’acciaio tra Cgil e UN1A sui frontalieri. Vi si dice testualmente: “Sono come un esercito in movimento, che “invadono” ogni giorno la vicina Svizzera, portando oltre confine mano d’opera, conoscenza e lavoro. I frontalieri costituiscono una risorsa importante per l’economia di confine ed è per questo motivo che l’unione fra i sindacati dei due paesi, Italia e Svizzera, è importante per far progredire i diritti dei lavoratori dei due Stati. In termini pratici questa condivisione si traduce in informazioni per i lavoratori sui contratti collettivi di lavoro che si applicano in Svizzera, sulla scelta previdenziale, e su quella rete di consulenze che garantiscono sicurezza a chi lavora in uno stato straniero. Questo in sintesi il senso dell’accordo maturato tra la Cgil e l’UN1A, «un accordo che in realtà rappresenta il frutto di una collaborazione che dura da 10 anni – ha commentato la segretaria provinciale della Cgil di Varese Ivana Brunato - e che oggi, con questo protocollo, mira a consolidare la collaborazione per ampliare il servizio sindacale di consulenza sociale per i lavoratori forontalieri»”.
Tutto regolare ? Sembrerebbe di sì, è del tutto normale che l’UN1A si occupi di tutta la manodopera impiegata in Svizzera e che per farlo collabori attivamente con la CGIL può essere opinabile, ma non del tutto fuori strada.
Ma ciò che fa alzare le antenne è invece il fatto che, proseguendo la navigazione nel sito della CGIL, si incappa nella pagina “servizi”, rispettivamente “frontalieri/offerte” il cui titolo è, udite, udite:
OFFERTE DI LAVORO – Raccolta delle offerte di lavoro a cura della Cassa Disoccupazione e UN1A-Sindacato Svizzero.
Si tratta di un elenco aggiornato 4 o 5 volte al mese, il cui dettaglio si ottiene cliccando sul relativo giorno d’immissione dei dati. Non ci sarebbe da eccepire se fosse CGIL ad offrire di sua iniziativa ai suoi aderenti le preziose informazioni sulle disponibilità offerte dal mercato del lavoro svizzero – anche se pensiamo che l’accesso da parte del il sindacato italiano a queste informazioni dovrebbe semmai essere incoraggiato dalle associazioni padronali in cerca di personale a basso costo, non da un sindacato elvetico i cui aderenti pagano una quota annuale nella seppure utopica speranza che ciò serva a salvaguardare i propri interessi. Ma non è così. Su ogni pagina delle offerte di lavoro c’è la dicitura: “UN1A – Cassa disoccupazione per tutti in Svizzera” e in alcune addirittura: “Desidera ricevere gratuitamente e in forma anonima la raccolta settimanale delle offerte di lavoro sul suo indirizzo E-Mail ? – Segnali la sua richiesta direttamente a Roberto.Ghisletta@unia.ch”.
C’è di che restare esterrefatti! Questo è uno dei sindacati che si spacciano per difensori dei lavoratori, quelli che portano tanta brava gente a sbraitare in piazza contro autorità e datori di lavoro ogni qualvolta ritengano adeguata la copertura mediatica, ma che poi pugnalano alla schiena i loro stessi aderenti disoccupati offrendo posti di lavoro alla manodopera estera che sappiamo essere generalmente disposta a lavorare a tariffe inferiori. Con gli sciagurati accordi bilaterali siamo già costretti a vedere crescere la disoccupazione residente a vantaggio dell’impiego di stranieri e frontalieri, ma che quest’ultimo venga favorito addirittura da un sindacato finanziato con le quote dei lavoratori nostrani è semplicemente vergognoso.
Il problema essenziale è che da un paio di decenni ormai, i sindacati elvetici hanno smesso di essere dei ragionevoli partners dell’imprenditoria, la collaborazione con i quali ci aveva assicurato più di mezzo secolo di pace del lavoro. Oggi sono inquinati dalla “scuola” dei sindacati italiani, sempre meno sociali e sempre più politicizzati, e forse è normale che la collaborazione la riservino a loro, non ai lavoratori residenti in Svizzera.
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