La notizia è recente: la CIA ha accesso alla banca dati internazionale SWIFT, la quale contiene anche i dettagli delle transazioni finanziarie delle banche svizzere. Orrore, orrore! La faccenda è venuta alla ribalta negli scorsi giorni, perché l’esperto bancario Hans Geiger, docente all’Istituto per il settore bancario svizzero dell’Università di Zurigo ha criticato in un’intervista il silenzio che le banche hanno per diversi anni mantenuto su questo oggetto. Le grandi banche sapevano da anni che la CIA aveva accesso ai dati – ha detto Geiger – ma non ne hanno informato i clienti. “Che i clienti abbiano dovuto apprendere dai media che i loro dati venivano trasmessi – continua il professore – è a dir poco non professionale”. Ma il peggio è che l’esperto aggiunge candidamente che le banche non potevano comunque impedire che SWIFT passasse i dati alla CIA. E questo è gravissimo, ben più del fatto, anch’esso peraltro pure biasimevole, che le grandi banche non ne abbiano informati i clienti “non fosse che per trasparenza”, come dice Geiger. Magari dal profilo strettamente giuridico non è così, ma per quanto riguarda i clienti, il segreto bancario è stato crassamente violato. Sentenzia il professore d’economia: “Le banche non possono da una parte vantare il segreto bancario e dall’altra accettare senza scrupoli che le autorità USA abbiano accesso ai dati dei loro clienti”.
Lo scaricabarile
Le banche respingono al mittente le critiche, dicendo in pratica che LORO non hanno direttamente trasmesso alcun dato e che tutti coloro che sono attivi nel traffico internazionale dei pagamenti sanno che i loro dati vengono immagazzinati da SWIFT. Quest’ultima – che è una banca dati cui sono allacciate circa 8'000 banche commerciali attive in 200 paesi diversi – è un istituto totalmente autonomo. È un po’ come dire che non si è data una notizia ai giornali, bensì all’Agenzia Telegrafica Svizzera. E pretendere poi di essere estranei al fatto che l’avvenimento stia il giorno dopo in tutti i giornali. La Banca nazionale svizzera (BNS) pretende di avere fatto il proprio dovere. Dice il suo portavoce, Werner Abegg: “La BNS ha avuto conoscenza nel 2003 del trasferimento di dati agli USA, e ha immediatamente informato della cosa la Commissione delle banche e il Dipartimento delle finanze. Tutto il resto è una pura questione politica di cui la BNS non deve immischiarsi”. Un indegno gioco a scaricabarile nel quale nessuno è responsabile. Io non c’ero, e se c’ero dormivo! Ma chi cavolo è preposto al controllo che il segreto bancario svizzero – in cambio del quale, è giusto ricordarlo, abbiamo accettato di fare da esattore per l’UE incassando e riversandole l’imposta sugli interessi dei capitali depositati nei nostri istituti dai suoi cittadini – venga rigorosamente rispettato ? Se tutti sanno che la SWIFT trasmette a cani e porci i dati da essa immagazzinati, non è incompatibile con il segreto bancario l’adesione delle banche svizzere a questo organismo ? Perché, per biasimevole che sia il fatto di non aver avvisato i clienti, a quest’ultimi non importa un fico secco di sapere o non sapere che i loro dati sono accessibili ai servizi segreti americani o a qualche altro regolare fruitore del servilismo e dei complessi d’inferiorità dei nostri governanti; i clienti vogliono che i loro dati NON vengano trasmessi a nessuno, e che la loro sfera privata sia salvaguardata come la piazza bancaria elvetica loro promette quando depositano da noi il proprio denaro! Non serve poi a nulla sciacquarsi la bocca affermando di aver magnificamente negoziato gli accordi bilaterali “salvando” il segreto bancario. Non serve a nulla averlo salvato – il che poi non è così, perché alla banca dati SWIFT accedono anche i paesi comunitari – dalle pressioni dell’UE, se poi quest’ultime ci vengono dagli USA.
Lo si è saputo dalla stampa
È stato il “New York Times” a rivelare che il Governo USA, nell’ambito della lotta al terrorismo, aveva ottenuto l’accesso alla banca dati SWIFT, che dal Belgio effettua tecnicamente transazioni per miliardi memorizzandone i dati. Dopo queste rivelazioni, il Ministero belga di giustizia e il Parlamento hanno annunciato l’avvio di un’inchiesta. La cosa non è naturalmente piaciuta al buon George W. Bush, che ha aspramente criticato l’articolo del “New York Times”.
Quale rimedio ?
Innanzitutto occorre ancorare al più presto il principio del segreto bancario nella Costituzione federale, come richiesto dall’UDC fin dal 2002. A seguito di ciò, occorre poi vegliare affinché i nostri istituti bancari non contravvengano a questo principio fornendo i dati dei propri clienti a banche dati suscettibili di ritrasmetterli a terzi.
L’immagine della nostra piazza bancaria è stata gravemente intaccata da questa scandalosa vicenda, e se non facciamo in fretta qualcosa per rassicurare i clienti dei nostri istituti, le conseguenze potrebbero essere più gravi di quanto si possa pensare.
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