Ne „La Grande Epoque“, versione in lingua francese del settimanale americano „The Epoch Times” distribuito su carta e in Internet, è apparso il 2 dicembre 2005 un interessante articolo a firma Floriane Denis, intitolato “Che Guevara, héros ou bourreau? Quelle réalité derrière le mythe?” – ossia “Che Guevara, eroe o carnefice? Quale realtà dietro al mito ? – di cui pubblichiamo tradotta la parte finale che non ne traccia esattamente un’immagine da proporre a modello agli allievi delle scuole elvetiche.
“La morsa della violenza
Questa intransigenza dell’uomo è superata da una certa violenza . In Guatemala, durante la rivoluzione repressa da Jacobo Arbenz che lo lancerà realmente nel movimento rivoluzionario, Guevara freme ai tiri dei cannoni e all’odore della polvere da sparo. È più tardi, nella Sierra Maestra, nel corso della guerriglia per rovesciare Batista che Che Guevara assapora pienamente il suo amore per le armi, arrivando perfino a chiamare la sua pistola Beretta “Libertà”. Abbandona il suo ruolo di medico per diventare soldato a tempo pieno. La sua durezza si rivela mortale per parecchi suoi compagni sospettati di tradimento. Si racconta che gli capitava di simulare delle esecuzioni, una forma di tortura psicologica. Ma dopo la presa del potere a Cuba, questa violenza e questa intransigenza formano un temibile miscuglio quando il Che partecipa al sistema di repressione instaurato dal regime cubano. In effetti, s’ignora sovente il suo importante ruolo sostenuto nell’elaborazione del sistema di sicurezza statale di Cuba, sistema elaborato sul modello del KGB e con il KGB. Il Che condivide dunque la responsabilità delle azioni di repressione di questo regime, soprattutto perché ha spinto i rivoluzionari cubani ad adottare il modello sovietico. Viene così incaricato nel 1959 della conduzione della prigione La Cabana, nonché dei processi e dell’esecuzione degli oppositori. I processi sono sommari, gli appelli che gli arrivano in mano sono sistematicamente respinti. Guevara veglia personalmente all’esecuzione dei prigionieri. In qualche mese ci saranno parecchie centinaia di esecuzioni, a seguito di giudizi arbitrari e veloci. Certi sostenitori di Batista subiscono una pena largamente sproporzionata al loro “crimine”. Il Che vuole che i suoi ufficiali siano a turno anche i carnefici, affinché la loro responsabilità sia condivisa. Non conosce clemenza, la sua giustizia è sommaria e veloce. Infine, molti ignorano che Che Guevara il “liberatore”, lo “eroe del popolo”, ha sostenuto un ruolo capitale nell’instaurazione del campo di lavoro forzato di Guanahacabibes nel 1960 e nel 1961, un campo destinato ad accogliere i casi difficili, quelli di cui non era sicuro che occorresse imprigionarli. Quelli che avevano commesso dei “crimini più o meno gravi contro la morale rivoluzionaria”, diceva. In ogni caso, il Che sembra non aver avuto alcuno scrupolo nell’incarcerare e condannare ai lavori forzati degli individui arbitrariamente e senza processo. Più tardi questo campo sarà utilizzato dal regime cubano per rinchiudervi tutti gli indesiderabili (e questo fa riemergere i nostri peggiori ricordi): testimoni di Geova, omosessuali, adepti di religioni afro-cubane come l’Abakua, ribelli non politici. Negli anni 1980 e 1990, in modo del tutto arbitrario, vi si chiuderanno perfino le vittime dell’AIDS. Visto sotto questa angolazione, il Che appare decisamente meno cristiano, i suoi ideali di liberazione del popolo e d’uguaglianza prendono tutt’altra risonanza. Sembra che sia sempre pericoloso idealizzare un uomo, chiunque sia. Indossare una T-shirt del Che è un avallo, volontario o no, della violenza che ha segnato la sua breve carriera politica. Effetto della moda del vestiario o dell’ideologia, attenuarla o negarla diventa inevitabile”.
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