Presidente, Consigliere di Stato, colleghe e colleghi, i deputati in Gran Consiglio sono stati eletti dal popolo ticinese per tutelare gli interessi, innanzitutto, del popolo ticinese, ancorché questi interessi siano spesso e volentieri quelli di tutti i residenti in Ticino. Spesso e volentieri, ho detto però, non sempre. Perché, tutto sommato, nell’UDC siamo convinti che – intoccati i diritti fondamentali che si possono riassumere nel rispetto e nella tutela dal sopruso – il padrone di casa qualche diritto in più dell’ospite l’abbia, per simpatico, gentile, onesto e corretto che questo sia. Ho detto “qualche” diritto, ma forse avrei dovuto dire “un” diritto in più: infatti, quello di voto e di eleggibilità è ormai l’unico diritto che ancora ci distingue dagli stranieri. Il nostro partito propugna posizioni chiare, nero o bianco con il minimo numero indispensabile di sfumature grigie. Perché il diritto di voto, o diritto di voto e di eleggibilità, a livello comunale ma non cantonale e federale, e quant’altro? Con la facilità con la quale sciaguratamente concediamo la cittadinanza svizzera, il cittadino straniero che vuole esercitare i diritti politici non deve far altro che chiedere e ottenere la naturalizzazione. Poi potrà votare, eleggere e farsi eleggere a tutti i livelli e in tutti i comuni della Svizzera. Ma fintanto che sceglie di rimanere straniero – scelta del tutto rispettabile e che, ma a titolo del tutto personale, auspicherei fossero in molti a fare – nella gestione della cosa pubblica non interviene. E non ci si venga a dire, come fa il rapporto di minoranza, che “l'iniziativista si è concentrato sul voto comunale, in quanto il Comune rappresenta l'entità amministrativa in senso classico; a questo livello i diritti politici significano sempre più appartenenza alla comunità”. Frottole! A livello comunale si decidono le naturalizzazioni che, benché gravemente inquinate da irresponsabili e incomprensibili ingerenze del Tribunale federale nel potere politico, oggi sono ancora un atto prettamente politico. Si arriverebbe al paradosso, già successo in altri comuni svizzeri, che uno straniero in Consiglio comunale decida chi deve diventare svizzero e chi no. È poi del tutto privo di senso il paragone con l’Unione europea che il rapporto fa, affermando che “un cittadino UE (svedese, greco, polacco, francese, ecc.) residente in Italia, a Milano ad esempio, può esercitare il diritto di voto, in occasione delle elezioni di Sindaco, Consiglio Comunale e Consigli Circoscrizionali della città di Milano”. Sebbene lungi dall’averne l’efficienza, l’UE è una confederazione di Stati come la Svizzera, e quindi i suoi Stati membri sono paragonabili ai nostri Cantoni. E quando mai i cittadini svizzeri non hanno potuto votare nel comune dove sono domiciliati – riservati i tempi prescritti dalla legge? Quindi, a votare a Milano non è lo straniero, bensì il cittadino europeo, esattamente come a Camorino nessuno impedisce al cittadino svizzero di esercitare i suoi diritti politici se ivi domiciliato. Se solo residente, il diritto di voto andrà ad esercitarlo nel suo comune di domicilio. Francamente, specialmente alla luce di quanto sta avvenendo quotidianamente nel nostro paese – criminalità, abusi sociali, e chi più ne ha più ne metta da parte di residenti stranieri – ci è incomprensibile questa smania di favorire ben oltre misura chi del nostro paese è ospite e ci rimane non certo per entusiastici sentimenti di amore verso la Svizzera, bensì per legittimissimi ma pur sempre personali interessi. Già con il nostro passaporto elvetico, siamo discriminati nei confronti di chi ne ha due o più, adesso vogliamo esserlo anche nei confronti di chi il passaporto svizzero nemmeno ce l’ha? Per queste e altre ragioni, il gruppo UDC è decisamente contrario all’iniziativa Bertoli e sosterrà quindi il rapporto di maggioranza del collega Giudici.
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