Peter Regli, originario di Airolo, ing dipl SPFZ e divisionario, già capo dei servizi d’informazione nello Stato maggiore della Difesa, oggi consulente privato in materia di sicurezza nazionale.
Lo scorso 28 gennaio abbiamo avuto il piacere e l’onore di ospitare alla Sopracenerina di Locarno il già capo dei servizi segreti svizzeri, divisionario Peter Regli, per un’interessantissima conferenza a titolo “Le sfide per la nostra sicurezza nazionale”. Gradito ospite fra il pubblico, anche il Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini. Il divisionario Regli ha saputo destare nel migliore dei modi l’attenzione del pubblico presente – oltre 150 persone – con argomenti complessi spiegati in modo molto semplice e comprensibile. Dopo circa un’ora durante la quale l’oratore ha fatto passare tutta la gamma di minacce vecchie e nuove cui si trova fronte il nostro servizio di “Intelligence” e, di conseguenza, che il Consiglio federale e, in particolare, il Dipartimento della Difesa si trovano a dover gestire, una mezz’ora è stata dedicata alle domande da parte del pubblico che hanno ricevuto esaurienti risposte. A seguito della conferenza, il divisionario Peter Regli si è messo cortesemente a disposizione per l’intervista che pubblichiamo qui di seguito.
I.P. Lei sostiene un concetto di „sicurezza nazionale“. Non crede che, nell’ambito dell’annunciata (ancora una volta) riforma a livello federale, ciò si potrebbe realizzare con la creazione di un vero Dipartimento della sicurezza?
P.R. La mancanza drammatica di condotta (“leadership”) del nostro Governo federale durante gli ultimi tempi nei casi del segreto bancario, del ricatto di Ghaddafi, della guerra finanziaria con la Germania, delle accuse contro l’UBS negli Stati Uniti, ecc. prova che una riforma del nostro governo è indispensabile. A mio parere ci vorrebbe un Presidente (un ottavo Consigliere federale) che mantenga la sua funzione durante una legislatura intera, che sia munito di più competenze e che sia responsabile della condotta collettiva del Governo. Un dipartimento di sicurezza attualmente non ci vuole e non avrebbe neppure posto nella nostra architettura federalistica. I cantoni dispongono di una grande autonomia. Questa autonomia concerne anche i loro corpi di polizia, responsabili per la produzione di gran parte della nostra sicurezza. Come problema comunque rimangono le grandi lacune nelle risorse, come per esempio la mancanza di 1500 a 3000 agenti di polizia in tutta la Svizzera. Se i Dipartimenti federali di Giustizia e Polizia, della Difesa e delle Finanze (con il corpo delle guardie di confine) ricevessero finalmente i mezzi necessari richiesti da tempo (basi legali aggiornate, più finanze e più personale) per adempiere ai loro compiti di base, la sicurezza nazionale adeguata alle sfide di oggi e di domani potrebbe essere garantita maggiormente, insieme ai cantoni, senza dover far ricorso a un vero e proprio Dipartimento federale della sicurezza.
I.P. Lei era ufficiale-pilota e comandante nelle forze aeree. Tuttavia le chiediamo: considerati gli scarsi mezzi finanziari, non sarebbero oggi più utili alla nostra sicurezza due o tremila funzionari di polizia supplementari, che non una dozzina di costosissimi aerei da combattimento?
P.R. Per una sicurezza nazionale credibile ci vogliono ambedue. Per la salvaguardia della sovranità nel proprio spazio aereo abbiamo bisogno di un numero minimo di aerei da combattimento moderni che permetta di essere presenti in aria con almeno 4 velivoli (due pattuglie) in permanenza per una durata di più di due settimane: sia in caso di alta tensione internazionale che in caso di crisi regionale. Questo significa che l’attuale flotta di 33 F-18 deve essere completata nei prossimi anni con un nuovo aereo moderno, che sappia far fronte tecnicamente e tatticamente alle sfide di oggi e di domani rimpiazzando gli F-5 Tiger dell’età della pietra aeronautica. La mancanza di agenti di polizia è da anni drammatica. Sono in prima linea i cantoni che devono rispondere a questa esigenza e stanziare i crediti necessari per aumentare gli effettivi. I nostri tre partiti borghesi dovrebbero finalmente ritrovare l’alleanza politica a livello cantonale e federale in merito alla sicurezza. Dovrebbero rispondere concretamente alle richieste dei comandanti di polizia cantonali come pure del Comandante delle forze, per quanto riguarda il rimpiazzo degli F-5 Tiger. I.P. L’Intelligence, considerate le moderne forme di minaccia, è assolutamente determinante per la sicurezza del paese. Intelligence=conoscenza. Conoscere= poter agire. Non si dovrebbe dotare il nostro servizio informazioni di basi legali sensibilmente migliori per permettergli di svolgere al meglio i suoi compiti?
P.R. Sì, non c’è dubbio. Devo però ricordare che era l’UDC stessa che, con la sinistra riunita, si è opposta a più riprese, nel Parlamento federale, all’aggiornamento della legge federale sul mantenimento della sicurezza interna (il BWIS II in tedesco). Il PPD e il PLR sarebbero stati disposti a entrare in materia. Senza questo aggiornamento il nostro Servizio di informazioni non può far fronte con efficacia alle sfide moderne come per esempio il crimine organizzato, il terrorismo di matrice islamista, la proliferazione di armi di distruzione di massa e lo spionaggio. Il CF Maurer presenterà prossimamente un nuovo progetto di legge per il Servizio informazioni. È da sperare che in quel momento l’alleanza dei tre partiti borghesi nel Parlamento federale funzioni e che questi ultimi si renderanno conto dell’importanza dell’entrata in materia sostenendo con convinzione le proposte del Capo del Dipartimento della Difesa.
I.P. In occasione della sua conferenza a Locarno lo scorso 28 gennaio, Lei ha parlato di molteplici forme di minaccia. Per motivi di tempo ha dovuto farne una scelta, e così la minaccia dello spionaggio non è praticamente stata toccata. Lei come la valuta?
P.R. Lo spionaggio come sfida contro i nostri interessi nazionali e privati è tuttora molto presente e attuale. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 si è persino intensificato. Lo spionaggio praticato da esseri umani, la cosiddetta “human intelligence”, nel frattempo è stato rinforzato dallo spionaggio in rete, la “cyber-intelligence”. La ricerca dell’informazione in rete è molto perfida e pericolosa. Può toccare direttamente gli interessi del paese, vale a dire l’infrastruttura critica dello Stato. Sono le reti informatiche dell’amministrazione, delle banche, dell’elettricità, del pronto soccorso, dell’industria, del traffico pubblico, dell’informazione, ecc. . Come conseguenza diretta il singolo cittadino è ben consigliato di piazzare in rete informazioni sulla sua persona, sulle sue attività e sulla sua ditta risp. sul datore di lavoro con estrema prudenza. Autori statali (la Cina, la Russia, gli Stati Uniti per esempio) e non-statali (il terrorismo islamista, il crimine organizzato) sono molto aperti per tali informazioni che utilizzano per i loro scopi oscuri che, di regola, sono in opposizione ai nostri interessi nazionali o privati.
I.P. Lei ha pure parlato del coinvolgimento della popolazione in un clima di allerta, nel senso di non aspettare che sia troppo tardi per denunciare fatti inconsueti o sospetti che avvengono vicino a noi. Ma come farlo concretamente, senza dare il via alla caccia alle streghe o tornare alla “bocca per le denunce segrete” dell’antica Venezia? Non implicherebbe ciò un abnorme potenziamento delle forze dell’ordine per verificare le denunce dei cittadini?
P.R. Mi basterebbe che il singolo cittadino (uomo e donna) si interessasse un po’ di più della politica di sicurezza. In questo contesto naturalmente anche i nostri media avrebbero un dovere più pronunciato di informazione e di sensibilizzazione e non soltanto dello “scoop”. Il fatto di osservare il proprio ambiente con uno spirito sano, informato e un occhio critico, essere attenti a cambiamenti nella propria rete sociale e saper distinguere tra fenomeni ”normali” e “eccezionali” potrebbe già rendere il compito più difficile a bande criminali straniere, a convertiti religiosi fanatizzati e a individui disposti ad arricchirsi in modo illegale a spese di altri. Con una tale sensibilità per la sicurezza personale e collettiva si sosterrebbe anche i servizi dell’ordine e di sicurezza cantonali e federali senza avvicinarsi a una specie di Stato poliziesco e iniziare quello che voi chiamate “caccia alle streghe”.
I.P. La sua formula per un concreto miglioramento della sicurezza pubblica?
P.R. Il Consiglio federale pubblicherà, tra un paio di mesi, il suo rapporto sulla politica di sicurezza nazionale. Il mio desiderio è che ogni cittadino/cittadina responsabile ne prenda nota e che ne legga, al minimo, il riassunto. Di conseguenza i partiti di governo, forse persino inclusa la sinistra, sentiranno il dovere di trarne le conclusioni e stanziare, in comune accordo, i mezzi necessari per migliorare la sicurezza nel nostro paese. Come conseguenza il Parlamento federale dovrà aggiornare certe leggi riguardanti la sicurezza, stanziare i fondi sufficienti per la difesa nazionale, definire la sicurezza nazionale del futuro in collaborazione con i cantoni e, allo stesso tempo, riconfermare la strategia degli anni ’90: la sicurezza tramite la collaborazione. Soltanto in questo modo potremo guardare con ottimismo e fiducia a un futuro della nostra Svizzera più sicura.
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